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22 dicembre 1908: nasce Gian Luigi Bonelli
Cento anni fa nasceva Gian Luigi Bonelli. Un omaggio al narratore di storie che viaggiava – e faceva viaggiare i suoi lettori – sulle ali della fantasia in territori senza frontiere in un celebre “pezzo” pubblicato su Tex.
Bonelli e io
Passeggiando lungo il Naviglio
di Delio Canzio
Nei suoi cinquantatrè anni di vita, più di qualsiasi altro fumetto seriale, Tex ha oscurato tutti coloro che si sono adoperati per realizzarlo. Ogni lettore ha avuto un suo rapporto “privato” con il personaggio. Chi ci fosse dietro l’immagine dell’Eroe lo ha interessato poco o punto. Così, soggettisti, sceneggiatori, disegnatori, redattori, tutti sono rimasti un po’ dietro le quinte, in una forma di anonimato. E questa sorte è toccata, in parte, anche a Gian Luigi Bonelli, l’autore che nella primavera del 1948 creò il personaggio e incominciò a scrivere le sceneggiature, affidandole poi a quel grande disegnatore che rispondeva al nome di Aurelio Galleppini. Ecco perché i milioni di lettori di Tex, delle passate e delle presenti generazioni, hanno probabilmente un’idea generica e non ben definita di chi fosse lo scrittore di tutte quelle affascinanti avventure, ignorando la formidabile personalità che si celava all’ombra di Aquila della Notte.

Gian Luigi Bonelli ritratto
da Claudio Villa

Un uomo, per la verità, non molto dissimile dal suo protagonista. Un uomo che, nella quotidianità di tutti i giorni (la nostra stessa quotidianità, per intenderci) riusciva a esprimere la sua ricchezza esistenziale, fatta di gesti, di parole, di comportamenti. Bonelli possedeva un forte senso d’individualità e quell’immediata percezione dei valori che è frutto di una cultura nata da un’età giovanile vissuta con asprezza.
Il ricordo che ho di lui è soprattutto legato alla sua gioia di vivere, che comunicava a tutte le persone con cui entrava in contatto, anche occasionalmente. L’argomento principale delle nostre conversazioni, naturalmente, rimaneva Tex. Bonelli mostrava una sbalorditiva padronanza dell’argomento, sicuro delle sue scelte, tematiche e linguistiche, trasmettendomi un entusiasmo creativo che, a volte, mi lasciava un po’ stordito. Parlava del modo di scrivere i fumetti senza vanteria, quasi con distacco: come un fatto tanto discutibile da escludere ogni sentimento di modestia al riguardo. E infervorandosi nel parlare, nello spiegare, anche nel polemizzare, sprizzava tanta energia quanta ne avrebbe mostrata il nostro Ranger se lo avessi incontrato per caso su qualche altipiano dell’Arizona. Era sicuro di sé, Bonelli, sempre sinceramente convinto delle proprie argomentazioni e pareva davvero nutrire pochi dubbi sulle scelte narrative riservate ai lettori dell’avventura di Tex del momento. Io lo ascoltavo e pensavo che a questa felicità d’inventiva si sarebbero poi aggiunti, nelle sceneggiature, dialoghi freschi e spontanei di straordinaria robustezza, e una forte (innovativa) incisività del linguaggio, certamente di tale efficacia da diventare archetipi narrativi per chiunque, allora, avesse voluto scrivere fumetti.



Tex, n. 485 (marzo 2001), da cui è tratto il presente articolo
 
Che vocabolario intrigante ci offre la lettura di Tex! E quali superbe invettive! Alcune di queste sono così vivaci, così pittoresche che non mancano di sedurre il lettore, il quale finirà poi per raccoglierle nel suo stesso linguaggio. Bonelli ha anche contribuito ad approfondire il nostro senso d’umanità scoprendo tipi e caratteri di un West che è una sua esclusiva creazione. In cui i prepotenti le buscano sempre e i buoni la spuntano sempre. E non importa che la realtà storica sia stata diversa: Tex non è un testo per le scuole, è la Grande Avventura, con il protagonista eroico, grandioso, che non decade mai dalla sua perfezione statuaria. Tuttavia, in questo mondo di fantasia “galoppante” avvertiamo un impareggiabile sapore di realtà umana, in tutti i suoi aspetti. È un mondo in cui non si trovano mai descritti sentimenti o azioni dei quali non ci sentiremmo noi stessi capaci. Perché l’autore eccelle nel penetrare e nell’approfondire la natura dei suoi personaggi, accettandola tal quale nella sua mistura di buono e di cattivo. Particolarmente gustoso il ritratto dei malvagi i quali abbaiano, gracchiano, vomitano fuori le loro girandole di frasi che illuminano una umanità ripugnante, la stessa combattuta da Tex con serenità illuministica. Era inebriante stare vicino a un Maestro, conversare con lui lungo le sponde del naviglio milanese, parlare con scioltezza di Tex e dei suoi pards seduti al tavolo di una trattoria fuori porta. La voce di Bonelli era roca ma penetrante e di timbro seducente, la sua stretta di mano talmente vigorosa da farsi temere. Circondato dall’amore dei figli e dall’affetto degli amici, con sapiente distrazione faceva cadere qua e là le sue ironiche provocazioni e i suoi paradossi sempre collocati con disinvoltura nelle pieghe delle nostre lunghe e briose chiacchierate. Mi mancherà, mancherà a tutti, il caro, indimenticabile GianLuigi Bonelli. Lui ha tracciato una pista: sta a noi seguirla.
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